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Fwd: La violenza del tav, dell'amianto, dei pfas, delle autostrade, della chimica, della siderurgia , della sanità privatizzata...

 



Fwd: La violenza del tav, dell'amianto, dei pfas, delle autostrade, della chimica, della siderurgia , della sanità privatizzata...

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enzo jorfida

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Da: RETE Ambientalista <movimentodilottaperlasalute@rete-ambientalista.it>
Date: gio 30 lug 2026, 12:07
Subject: La violenza del tav, dell'amianto, dei pfas, delle autostrade, della chimica, della siderurgia , della sanità privatizzata...



Violenza chiama violenza.

Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti.
 
C’è ora da stupirsi se alla violenza si sta rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate.

La soluzione c’è:  Eliminare la violenza: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso.

A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina.
 
Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla.
Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta opponendo il Movimento No Tav: il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani.
 
A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. Clicca qui.

A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori.  L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo). 

La nonviolenza non indossa il frac.


La nonviolenza non la trovi al ristorante.
Non la incontri al circolo dei nobili.
Non frequenta la scuola di buone maniere.
E’ sempre fuori dall’inquadratura delle telecamere delle televisioni.
La nonviolenza non fa spettacolo.
La nonviolenza non vende consolazioni.
La nonviolenza non guarda la partita.

E’ nel conflitto che la nonviolenza agisce.
 
Continua cliccando qui.

Le autonomie contro la violenza.

Newsletter dal mondo delle autonomie. Il mondo delle autonomie contro la violenza e gli estremismi.

Una riflessione dalle autonomie europee prima della pausa estiva, con l’annuncio della V assemblea confederale, che si terrà a Roma, il prossimo 13 novembre 2026, presso la Fondazione Giacomo Matteotti.

Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.

Aldo Capitini è stato un filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore italiano. Fu uno tra i primi in Italia a cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere chiamato il Gandhi italiano
In Italia il Movimento Non Violento fu fondato da Aldo Capitini contemporaneamente alla fondazione della Società Vegetariana Italiana (oggi AVI).

Avvenne nei primi anni ’50 quando parlare di non violenza e di vegetarismo sembrava  un’utopia… Il mondo era appena reduce da una guerra mondiale e si viveva in piena guerra fredda, mentre il messaggio (propagandato dagli USA)  della bistecca facile cominciava ad imporsi come nuovo modello alimentare e sociale.

Aldo Capitini maturò la sua esperienza vegetariana e non violenta  attraverso lo studio e l’esempio di Gandhi, il liberatore pacifico dell’India dal giogo coloniale britannico.

Capitini fu un accademico famoso e stimato ma allorché si oppose alla conquista dell’Etiopia da parte del governo di Benito Mussolini fu ostracizzato e messo in disparte. Purtroppo anche dopo la caduta del fascismo non fu riabilitato come sarebbe stato giusto (infatti l’Italia era caduta sotto l’influenza nordamericana, che non è  certamente una potenza pacifista).

Gandhi nella sua minuscola stanzetta dell’ashram da lui fondato teneva alle pareti solo due ritratti, quello di Giuseppe Mazzini e quello di San Francesco d’Assisi, che lui riteneva esempi ispirativi per la non violenza e per l’acume politico sul concetto  di libertà.


Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE).

Sei invitato a partecipare ad AI4Peace, l’iniziativa che l’Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE) promuove a Roma il 21 e 22 settembre 2026, insieme alla Pontificia Accademia per la Vita e alla Pontificia Università Lateranense, dedicata al rapporto fra intelligenza artificiale e costruzione della pace.

Le due giornate riuniranno studiosi, istituzioni e rappresentanti della società civile attorno ai temi della governance etica dell’intelligenza artificiale, della prevenzione dei conflitti e della tutela dei diritti umani nell’era algoritmica.

Per partecipare è necessario iscriversi tramite il modulo dedicato, raggiungibile a questo indirizzo: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSf-kTawVaSdx3JKbrLUzbXYns5vP92WnuSKN0x2mddwLOJ-SQ/viewform



Strage di amianto, delitto perfetto.

C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi, contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente innocenti. 

Guido Carlo Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro caterve di galera.  Infatti, i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit, Solvay, Benetton. Per essi, Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta 16 novembre a varcare quelle di Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10 novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al Tevere.  

Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla Corte di Cassazione per il processo Eternit bis”, che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.

Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.

Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie che avevano avuto una vittima, Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di reclusione per il disastro ambientale doloso, e stabilendo provvisionali di risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato. La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino aumenta la pena a 18 anni. Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti (insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più per­se­gui­bile per il tempo trascorso tra i com­por­ta­menti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti morti.

Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il processo “Eternit bis” si apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è stato archiviato nel 2021, quello per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la Corte d’assise primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma Alleva non demorde. Terza Tappa, 2025. La Corte d’appello di Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di 92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione. Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui insorge la malattia.”  Quarta tappa, 10 novembre 2026, in Cassazione.  

Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia?  


Tutti i nostri libri sono editati a nostre spese e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma.


L’unica vera “grande opera”: mai intrapresa. La vera “sicurezza” per gli italiani.

Il minerale killer può impiegare anni per innescare malattie con esiti infausti. Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie amianto correlate nel mondo: dati rilevati con preoccupazione dall’Onu ma sottostimati perché non considerano gli Stati “canaglia” che omettono di segnalare e registrare i casi di malattia e morte per amianto, e dei decessi per esposizione ambientali. Il bando globale dell’amianto che semina morte è ancora una utopia. Governa la lobby dei produttori del minerale killer mentre le bonifiche vanno a rilento per responsabilità delle Istituzioni politiche e giudiziarie.

L’Onu, nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi, del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono tutte le altre patologie già contemplate nelle Monografia della IARC (International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie.

In Italia si stima che l’amianto causi circa 7.000 decessi ogni anno, di cui circa 1.500-2.000 specificamente per mesotelioma e oltre 3.600 per tumore al polmone, accompagnati da circa 10.000 nuovi casi di asbestosi e malattie correlate (placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio polmonare e/o pleurico).  Per un totale di 100.000 morti nei decenni. Gli indici di mortalità sono rispettivamente: 93% a 5 anni, 88% a 5 anni, 25% a 5 anni, 20% a 5 anni.

L’Italia è il primo paese in Europa per morti legate all’amianto a causa delle mancate bonifiche, con ritardi enormi nella rimozione del materiale e una forte carenza di discariche dedicate. L’Italia registra il numero più alto di vittime in Europa per mesotelioma e patologie asbesto-correlate. La stima degli immobili pubblici e privati che contengono ancora amianto supera i 265.000, ma la percentuale di edifici effettivamente bonificati resta minima a causa della lentezza dei piani di intervento. Molte regioni accumulano ritardi cronici nell’aggiornamento e nell’attuazione dei piani di censimento e rimozione previsti dalla legge di bando (L. 257/1992). In tutto il territorio nazionale sono presenti pochissimi impianti autorizzati per il conferimento dei rifiuti speciali contenenti amianto, fattore che blocca o rallenta i cantieri.

L’unica “grande opera” che andrebbe realizzata sarebbe quella di un piano nazionale finanziato di rimozione dell’amianto: che nessun governo ha intrapreso. Benchè interessi la salute di centinaia di migliaia di italiani.
Dell’amianto (e ormai dei pfas) le forze politiche dovrebbero occuparsi, quando si discute di “sicurezza”, quando il governo tenta di distrarre con illiberali decreti “sicurezza”, compresa la galera per i bambini, e con immorali strumentalizzazione di casi di cronaca, come se la sicurezza fosse solo rimpatriare immigrati e non garantire salute, reddito sufficiente, morti sul lavoro, femminicidi, suicidi nelle carceri.

Condannato a 18 anni per 83 morti.

La regola “il delitto commesso contro l’ambiente resta impunito” continua ad essere storicamente documentata su “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia, fino al quarto volume con il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo.  La regola conosce rare o imparziali eccezioni, come per il disastro ferroviario di Viareggio https://www.rete-ambientalista.it/2026/07/04/moretti-in-carcere-allora-la-giustizia-e-veramente-uguale-per-tutti/, o come per la sentenza pfas di Vicenza https://www.rete-ambientalista.it/2026/06/23/esclusivo-una-nuova-inchiesta-sulla-sentenza-miteni/, o come per il crollo del ponte Morandi (nella foto).
 
L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per il crollo del ponte Morandi a Genova. La tragedia, avvenuta il 14 agosto 2018, aveva provocato la morte di 43 persone che stavano percorrendo il viadotto a bordo di auto o camion nel momento del crollo. L’ex ad è stato riconosciuto responsabile dei reati di crollo colposo e omicidio stradale, mentre è stata esclusa l’aggravante lavoristica. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. In totale la sentenza ha comminato 32 condanne per 180 anni di carcere complessivi, rispetto ai 400 chiesti dai Pm.
 
Le indagini per appurare le responsabilità del crollo hanno coinvolto 69 persone. La principale tesi difensiva degli imputati sosteneva che il ponte avesse un difetto strutturale mai individuato prima e risalente alla sua costruzione negli anni Sessanta. Invece le perizie della procura hanno dimostrato che la tragedia si sarebbe potuta evitare se fossero stati effettuati regolari controlli e manutenzioni. Non solo: secondo l’accusa gli imputati erano consapevoli del degrado della struttura e del rischio di crollo, ma non hanno fatto nulla per evitarlo perché hanno privilegiato l’interesse a far risparmiare l’azienda.
 
I legali di Castellucci, di cui Guido Carlo Aleva difensore di Solvay e Eternit, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso, ritenendo che sia innocente e che «si è cercato il colpevole ma non la colpa». Invece, il ponte è crollato perché l’universo spietato del profitto non voleva fermarsi: gli interessi del concessionario Benetton hanno deformato la catena di controllo e lo Stato si è adeguato, il processo ha giustamente punito le responsabilità individuali.

La condanna a Castellucci si aggiunge a quella definitiva di 6 anni ricevuta lo scorso anno per l’incidente del viadotto Acqualonga a Monteforte Irpino (Avellino), per la quale è già in carcere. In quella tragedia, avvenuta nel 2013, morirono 40 persone: a causa di un guasto ai freni, l’autobus su cui viaggiavano si era schiantato contro un guardrail che non aveva retto all’urto, precipitando nel vuoto per 30 metri.
 
La linea della sentenza per il crollo del ponte Morandi è simile, ma non adeguata, a quella che lo scorso giugno ha portato ad una condanna (5 anni) di Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, per la strage di Viareggio. Pur trattandosi di un incidente di diversa natura, anche in quel caso le toghe hanno attribuito al vertice dell’azienda scelte in materia di sicurezza direttamente correlate allo scoppio dell’incendio che ha ucciso 32 persone. Moretti è finito in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e Previti salvando dalla prigione gli over 70). Castelucci otterrà negli appelli la riduzione di pena.
 
D’altronde si chiede la grazia al gioielliere (14 anni e 9 mesi) che insegue e spara 5 colpi alle spalle dei rapinatori uccidendone a brucia pelo due. E’ una questione di principio: i ricchi e i potenti e i politici non devono metter piede in cella neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e si crea un pericoloso precedente. 

Massa Carrara senza bonifica dopo 40 anni dall’esplosione.

Il 17 luglio ricorre l’anniversario della chiusura dell’ex Montedison-Farmoplant (oggi Edison SpA), lo stabilimento chimico di Massa-Carrara esploso nel 1988. Quella data avrebbe dovuto segnare la fine di un capitolo doloroso, con l’individuazione dei responsabili e la bonifica del territorio. Invece, a distanza di quasi quattro decenni, la politica continua a deludere: promesse elettorali, studi costosi e nessuna soluzione concreta.
Mentre si spendono milioni in studi, la popolazione, protagonista di lotte memorabili quali l’Assemblea Permanente (nella foto), continua a pagare il prezzo più alto. A Massa-Carrara si muore di cancro più che altrove, come confermato dallo studio epidemiologico nazionale Sentieri (Istituto Superiore di Sanità) 
 

La Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Dopo il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non verrà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».
 
Per motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega che persistono pericoli per la salute pubblica legati al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, «negli anni non siano stati superati, come pure Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».
 
Nell’area, d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper». Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta dei residenti relativa al taglio dei gas serra.

La sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti “Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci anni di governi di tutti i colori.
 
Il decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la riduzione di «Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con l’impiego dell’idrogeno

Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati.

Il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano è una crisi confermata dai dati della Fondazione GIMBE. È guidato da un sottofinanziamento cronico, frammentazione regionale e carenza di personale, che spingono milioni di italiani a rivolgersi al privato o a rinunciare alle cure.

Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore.

Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici.


Il non voto, il primo partito italiano, ha speranze?

Oppure si ha la convinzione a sinistra che chiunque vada al potere, la politica non muti? E’ un quesito da sorseggiare sulle sdraio, per chi se le può permettere anche al mare. Clicca qui.


Siamo in guerra anche in Iran.

Se è vero che è infondata l’accusa iraniana alla Meloni di aver concorso all’uccisione di Khamenei (non era stata informata del raid israeliano), è invece vera l’accusa che l’Italia ha partecipato militarmente all’aggressione americana, e soprattutto è prevedibile che lo rifarà ora alla ripresa della guerra dopo il fallimento della tregua.  

Centinaia di aerei americani riprenderanno a decollare dalle basi in Italia. Con la foglia di fico che “l’Italia è estranea alla guerra perché i caccia americani svolgono attività tecniche, logistiche e di supporto, previste dagli accordi bilaterali”. Il fatto che i voli siano “logistici” non esclude automaticamente che siano voli estranei alla guerra in quanto sono usati per trasportare armi, munizioni, soldati, carburante, tutti i materiali necessari al sostegno delle operazioni militari, nonché servono per monitorare gli obiettivi militari e civili da colpire, per trasmettere le informazioni ai comandi israeloamericani e, quindi, agli aerei da guerra che sganciano bombe e missili.
 
L’Italia è in guerra e non può esimersi. Perché i trattati “difensivi” Usa-Italia, relativi all’uso delle basi italiane, sono stati stipulati nei primi anni Cinquanta ma, il “volo logistico” (allora ‘solo’ destinato al trasporto di personale, mezzi, viveri, attrezzature a sostegno delle operazioni), oggi, nell’era della guerra digitale con i droni, il sostegno logistico è diventato ancor più parte integrante della capacità offensiva.

In definitiva, si conferma che le basi Nato in Italia non sono a proteggere l’Italia bensì servono agli americani nelle loro guerre lontano dai nostri confini. E’ più che mai attuale, contro la corsa europea al riarmo e contro la guerra alla Russia, il messaggio di lotta (nella foto) : “Fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla Nato”, per una Italia pacifista, che non ha controversie di confine con nessuno, che deve usare le carenti risorse per sanità, scuole, stipendi, pensioni.

Quale partito contiene questo impegno nel suo imminente programma elettorale?


Messaggio di pace e salute a 43.011 destinatari da Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro tramite RETE AMBIENTALISTA - Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza

Nel rispetto del Regolamento (UE) 2016 / 679 del 27.04.2016 e della normativa di legge. Eventualmente rispondi: cancellami.

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