Lo
Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav.
Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con
solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha
imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con
l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento
delle reti.
C’è
ora da stupirsi se alla violenza si sta rispondendo con la violenza? Quale sarà
la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più
disperate.
La
soluzione c’è: Eliminare la violenza: chiudere
un’opera che non ha mai avuto senso.
A
fine anni ’80 Tangentopoli progettò la
follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non
bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla
Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale
giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e
passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava
dal Portogallo all’Ucraina.
Gli
avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di
questa follia? Che ha
ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro
del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai
francesi non frega nulla.
Una follia inutile (utile solo a capitale e
politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si
ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla
vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con
infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta
opponendo il Movimento No
Tav: il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal
basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori,
religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere
la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i
Movimenti italiani.
A questa follia neppure oggi si
oppone la
politica, perché il Tav è
una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun
partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i
Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in
Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta
20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli
scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero
Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di
protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene
inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che
spera ancora di potersi liberare”. Clicca
qui.
A
caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello
cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma
identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione,
accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi
securitari, “giù le mani dalla
Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che
intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo).
La
nonviolenza non la trovi al ristorante.
Non la incontri al circolo dei
nobili.
Non frequenta la scuola di buone maniere.
E’ sempre fuori
dall’inquadratura delle telecamere delle televisioni.
La nonviolenza non fa
spettacolo.
La nonviolenza non vende consolazioni.
La nonviolenza non
guarda la partita.
E’ nel conflitto che la nonviolenza agisce.
Newsletter dal mondo delle autonomie. Il mondo
delle autonomie contro
la violenza e gli
estremismi.
Una riflessione
dalle autonomie
europee prima della pausa
estiva, con l’annuncio della V
assemblea confederale, che
si terrà a Roma, il prossimo 13 novembre 2026, presso la Fondazione Giacomo
Matteotti.
Aldo Capitini è stato un filosofo, politico,
antifascista, poeta ed educatore italiano. Fu uno tra i primi in Italia a
cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere
chiamato il Gandhi italiano
In Italia il Movimento Non Violento fu fondato da Aldo
Capitini contemporaneamente alla fondazione della Società Vegetariana Italiana
(oggi AVI).
Avvenne nei primi anni ’50 quando
parlare di non violenza e di vegetarismo sembrava un’utopia… Il mondo era
appena reduce da una guerra mondiale e si viveva in piena guerra fredda, mentre
il messaggio (propagandato dagli USA) della bistecca facile cominciava ad
imporsi come nuovo modello alimentare e sociale.
Aldo Capitini maturò la sua
esperienza vegetariana e non violenta attraverso lo studio e l’esempio di
Gandhi, il liberatore pacifico dell’India dal giogo coloniale
britannico.
Capitini fu un accademico famoso
e stimato ma allorché si oppose alla conquista dell’Etiopia da parte del governo
di Benito Mussolini fu ostracizzato e messo in disparte. Purtroppo anche dopo la
caduta del fascismo non fu riabilitato come sarebbe stato giusto (infatti
l’Italia era caduta sotto l’influenza nordamericana, che non è certamente
una potenza pacifista).
Gandhi nella sua minuscola
stanzetta dell’ashram da lui fondato teneva alle pareti solo due ritratti,
quello di Giuseppe Mazzini e quello di San Francesco d’Assisi, che lui riteneva
esempi ispirativi per la non violenza e per l’acume politico sul concetto
di libertà.
Sei invitato a partecipare ad
AI4Peace, l’iniziativa che l’Università per la Pace delle Nazioni Unite
(UPEACE) promuove a Roma il 21 e 22 settembre 2026, insieme alla Pontificia
Accademia per la Vita e alla Pontificia Università Lateranense, dedicata al
rapporto fra intelligenza artificiale e costruzione della pace.
Le due giornate riuniranno studiosi, istituzioni
e rappresentanti della società civile attorno ai temi della governance etica
dell’intelligenza artificiale, della prevenzione dei conflitti e della tutela
dei diritti umani nell’era algoritmica.
Per partecipare è necessario iscriversi tramite
il modulo dedicato, raggiungibile a questo indirizzo: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSf-kTawVaSdx3JKbrLUzbXYns5vP92WnuSKN0x2mddwLOJ-SQ/viewform
C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason
che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi
e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi,
contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente
innocenti.
Guido Carlo
Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super
ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro
caterve di galera. Infatti, i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit,
Solvay, Benetton. Per essi, Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di
Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del
ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta 16 novembre a varcare quelle di
Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10
novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al
Tevere.
Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla
Corte di Cassazione per il processo “Eternit
bis”, che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron
dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata
a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore
svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi
colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.
Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due
tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.
Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di
Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie
che avevano avuto una vittima, Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di
reclusione per il disastro ambientale doloso, e stabilendo provvisionali di
risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato.
La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale
Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia).
Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro
destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche),
alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli
ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle
vittime.
Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino
aumenta la pena a 18 anni. Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le
condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti
(insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più
perseguibile per il tempo trascorso tra i
comportamenti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti
morti.
Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il
processo “Eternit bis” si
apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il
reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro
tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli
stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è
stato archiviato
nel 2021, quello
per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e
mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la
Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra
sezione della Corte d’appello di Torino.
Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la
Corte d’assise primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma
Alleva non demorde. Terza Tappa, 2025. La Corte d’appello di
Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di
92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva
non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione.
Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui
insorge la malattia.” Quarta tappa, 10 novembre 2026, in
Cassazione.
Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente
Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio
Nebbia?
Tutti
i nostri libri sono editati a nostre spese e il ricavato è interamente devoluto
alla Ricerca per la cura del mesotelioma.
Il
minerale killer può impiegare anni per innescare malattie con esiti infausti.
Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie
amianto correlate nel mondo: dati rilevati con preoccupazione dall’Onu ma
sottostimati perché non considerano gli Stati “canaglia” che omettono di
segnalare e registrare i casi di malattia e morte per amianto, e dei decessi per
esposizione ambientali. Il bando globale dell’amianto che semina morte è ancora
una utopia. Governa la lobby dei produttori del minerale killer mentre le
bonifiche vanno a rilento per responsabilità delle Istituzioni politiche e
giudiziarie.
L’Onu,
nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi,
del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono
tutte le altre patologie già contemplate nelle Monografia della IARC
(International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della
laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie.
In
Italia si stima che l’amianto causi circa 7.000 decessi ogni anno, di cui circa
1.500-2.000 specificamente per mesotelioma e oltre 3.600 per tumore al polmone,
accompagnati da circa 10.000 nuovi casi di asbestosi e malattie correlate
(placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio
polmonare e/o pleurico). Per un totale di 100.000 morti nei decenni. Gli
indici di mortalità sono rispettivamente: 93% a 5 anni, 88% a 5 anni, 25% a 5
anni, 20% a 5 anni.
L’Italia
è il primo paese in Europa per morti legate all’amianto a causa delle mancate
bonifiche, con ritardi enormi nella rimozione del materiale e una forte carenza
di discariche dedicate. L’Italia registra il numero più alto di vittime in
Europa per mesotelioma e patologie asbesto-correlate. La stima degli immobili
pubblici e privati che contengono ancora amianto supera i 265.000, ma la
percentuale di edifici effettivamente bonificati resta minima a causa della
lentezza dei piani di intervento. Molte regioni accumulano ritardi cronici
nell’aggiornamento e nell’attuazione dei piani di censimento e rimozione
previsti dalla legge di bando (L. 257/1992). In tutto il territorio nazionale
sono presenti pochissimi impianti autorizzati per il conferimento dei rifiuti
speciali contenenti amianto, fattore che blocca o rallenta i cantieri.
L’unica “grande opera” che andrebbe realizzata sarebbe
quella di un piano nazionale finanziato di rimozione dell’amianto: che nessun
governo ha intrapreso. Benchè interessi la salute di centinaia di migliaia di
italiani.
Dell’amianto (e ormai dei pfas) le forze politiche
dovrebbero occuparsi, quando si discute di “sicurezza”, quando il governo tenta
di distrarre con illiberali decreti “sicurezza”, compresa la galera per i
bambini, e con immorali strumentalizzazione di casi di cronaca, come se la
sicurezza fosse solo rimpatriare immigrati e non garantire salute, reddito
sufficiente, morti sul lavoro, femminicidi, suicidi nelle carceri.
L’ex
amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato in
primo grado a 12 anni di reclusione per il crollo
del ponte Morandi a Genova. La tragedia, avvenuta
il 14 agosto
2018, aveva provocato la morte di 43 persone che
stavano percorrendo il viadotto a bordo di auto o camion nel momento del crollo.
L’ex ad è stato riconosciuto responsabile dei reati di crollo colposo e omicidio
stradale, mentre è stata esclusa l’aggravante lavoristica. La procura aveva
chiesto 18 anni e 6 mesi. In totale la sentenza ha comminato 32 condanne per 180
anni di carcere complessivi, rispetto ai 400 chiesti dai Pm.
Le
indagini per appurare le responsabilità del crollo hanno coinvolto 69 persone.
La principale tesi difensiva degli imputati sosteneva che il ponte avesse un
difetto strutturale mai individuato prima e risalente alla sua costruzione negli
anni Sessanta. Invece le perizie della procura hanno dimostrato che la tragedia
si sarebbe potuta evitare se fossero stati effettuati regolari controlli e
manutenzioni. Non solo: secondo l’accusa gli imputati erano consapevoli del
degrado della struttura e del rischio di crollo, ma non hanno fatto nulla per
evitarlo perché hanno privilegiato l’interesse a far risparmiare
l’azienda.
I legali
di Castellucci, di cui Guido Carlo Aleva difensore di
Solvay e Eternit, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso,
ritenendo che sia innocente e che «si è cercato il colpevole ma non la colpa».
Invece, il ponte è crollato perché l’universo spietato del profitto non voleva
fermarsi: gli interessi del concessionario Benetton hanno deformato la catena di
controllo e lo Stato si è adeguato, il processo ha giustamente punito le
responsabilità individuali.
La
condanna a Castellucci si aggiunge a quella definitiva di 6 anni ricevuta
lo scorso anno per l’incidente del viadotto
Acqualonga a Monteforte Irpino (Avellino), per la quale
è già in carcere. In quella tragedia, avvenuta nel 2013, morirono 40 persone: a
causa di un guasto ai freni, l’autobus su cui viaggiavano si era schiantato
contro un guardrail che non aveva retto all’urto, precipitando nel vuoto per 30
metri.
La
linea della sentenza per il crollo del ponte Morandi è simile, ma non adeguata,
a quella che lo scorso giugno ha portato ad una condanna (5 anni) di Mauro
Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, per la strage di Viareggio. Pur
trattandosi di un incidente di diversa natura, anche in quel caso le toghe hanno
attribuito al vertice dell’azienda scelte in materia di sicurezza direttamente
correlate allo scoppio dell’incendio che ha ucciso 32 persone. Moretti è finito
in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i
domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e
Previti salvando dalla prigione gli over 70). Castelucci otterrà negli appelli
la riduzione di pena.
D’altronde
si chiede la grazia al gioielliere (14 anni e 9 mesi) che insegue e spara 5
colpi alle spalle dei rapinatori uccidendone a brucia pelo due. E’ una questione
di principio: i ricchi e i potenti e i politici non devono metter piede in cella
neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero
uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e
si crea un pericoloso precedente.
Il 17 luglio ricorre l’anniversario della chiusura
dell’ex Montedison-Farmoplant (oggi Edison SpA), lo stabilimento chimico di
Massa-Carrara esploso nel 1988. Quella data avrebbe dovuto segnare la fine di un
capitolo doloroso, con l’individuazione dei responsabili e la bonifica del
territorio. Invece, a distanza di quasi quattro decenni, la politica continua a
deludere: promesse elettorali, studi costosi e nessuna soluzione
concreta.
Mentre si spendono milioni in studi, la
popolazione, protagonista di lotte memorabili quali l’Assemblea
Permanente (nella foto), continua a pagare il prezzo più
alto. A Massa-Carrara si muore di cancro più che altrove, come confermato dallo
studio epidemiologico nazionale Sentieri (Istituto Superiore di
Sanità)
La
Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione
Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a
febbraio.
Dopo
il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione
che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato
all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva
dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non
verrà «rimosso integralmente
l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle
polveri sottili entro limiti di sicurezza».
Per
motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie
d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega
che persistono pericoli per la salute pubblica legati
al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E
puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i
valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto
legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del
2008, «negli anni non siano stati superati, come pure
Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva
rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di
morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone
anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite
emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».
Nell’area,
d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora
accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso
entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe
concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora
presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei
cowper». Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato
l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente
non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva
di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6
milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta
dei residenti relativa al taglio dei gas serra.
La
sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento
di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti
“Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci
anni di governi di tutti i colori.
Il
decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla
formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a
un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo
americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace
di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la
riduzione di «Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con
l’impiego dell’idrogeno
Il progressivo smantellamento del Servizio
Sanitario Nazionale (SSN) italiano è una crisi confermata dai dati
della Fondazione
GIMBE. È guidato da un
sottofinanziamento cronico, frammentazione regionale e carenza di personale, che
spingono milioni di italiani a rivolgersi al privato o a rinunciare alle
cure.
Tra esternalizzazioni selvagge,
crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura
si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre
valore.
Dover frequentare, per necessità propria o di un
nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza
augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei
luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente
evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo
burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei
cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e
la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri
catalizzatori di errori clinici.
Oppure
si ha la convinzione a sinistra che chiunque vada al potere, la politica non
muti? E’ un quesito da sorseggiare sulle sdraio, per chi se le può permettere
anche al mare. Clicca
qui.
Se
è vero che è infondata l’accusa iraniana alla Meloni di aver concorso
all’uccisione di Khamenei (non era stata informata del raid israeliano), è
invece vera l’accusa che l’Italia ha partecipato militarmente all’aggressione
americana, e soprattutto è prevedibile che lo rifarà ora alla ripresa della
guerra dopo il fallimento della tregua.
Centinaia
di aerei americani riprenderanno a decollare dalle basi in Italia. Con la foglia
di fico che “l’Italia è estranea alla guerra perché i
caccia americani svolgono attività tecniche, logistiche e di supporto, previste
dagli accordi bilaterali”. Il fatto che i voli siano “logistici” non
esclude automaticamente che siano voli estranei alla guerra in quanto sono usati
per trasportare armi, munizioni, soldati, carburante, tutti i materiali
necessari al sostegno delle operazioni militari, nonché servono per monitorare
gli obiettivi militari e civili da colpire, per trasmettere le informazioni ai
comandi israeloamericani e, quindi, agli aerei da guerra che sganciano bombe e
missili.
L’Italia è in guerra e non può
esimersi. Perché i trattati “difensivi” Usa-Italia, relativi all’uso
delle basi italiane, sono stati stipulati nei primi anni Cinquanta ma, il “volo
logistico” (allora ‘solo’ destinato al trasporto di personale, mezzi, viveri,
attrezzature a sostegno delle operazioni), oggi, nell’era della guerra digitale
con i droni, il sostegno logistico è diventato ancor più parte integrante della
capacità offensiva.
In
definitiva, si conferma che le basi Nato in Italia non sono a proteggere
l’Italia bensì servono agli americani nelle loro guerre lontano dai nostri
confini. E’ più che mai attuale, contro la corsa europea al riarmo e contro la
guerra alla Russia, il messaggio di lotta (nella foto) : “Fuori la Nato dall’Italia, fuori
l’Italia dalla Nato”, per una Italia pacifista, che non ha
controversie di confine con nessuno, che deve usare le carenti risorse per
sanità, scuole, stipendi, pensioni.
Quale partito contiene questo impegno nel suo
imminente programma elettorale?
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