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FOCUS Zone umide costiere minacciate negli Usa: 84% rischia di sparire-

 


FOCUS Zone umide costiere minacciate negli Usa: 84% rischia di sparire-EMBARGO ALLE 15- Torino, 03 ago (GEA) - ---si prega di notare che il presente Focus è in embargo alle 15.00--- L'innalzamento del livello del mare minaccia la sopravvivenza dell'84% delle zone umide costiere degli Stati Uniti, ecosistemi vitali per la protezione dalle mareggiate e per la biodiversità. È quanto emerge dal primo monitoraggio su scala nazionale condotto da un team di scienziati e pubblicato sulla rivista Earth's Future dell'Unione Geofisica Americana. Lo studio rivela una situazione critica, in particolare lungo le coste del Golfo del Messico, ma apre anche uno spiraglio di speranza: quasi tre quarti di questi ambienti hanno ancora lo spazio geografico necessario per arretrare verso l'interno e salvarsi, a patto che l'intervento umano non ne blocchi la strada. La dinamica in atto lungo i chilometri di litorale che abbracciano gli Stati Uniti continentali assomiglia a una silenziosa guerra di logoramento. Da un lato c'è l'oceano, che spinge con un'accelerazione registrata negli ultimi decenni che ha portato l'innalzamento medio delle acque a 3,8 millimetri all'anno. Dall'altro ci sono le paludi salmastre, le mangrovie e le piane tidali, che cercano di difendersi accumulando sedimenti per guadagnare quota o muovendosi lentamente verso l'entroterra per sfuggire alla sommersione. Per fotografare lo stato di salute di questi territori, i ricercatori hanno incrociato i dati di quasi 450 stazioni di monitoraggio, che per vent'anni hanno misurato le variazioni millimetriche del suolo, con le rilevazioni storiche dei mareografi. Una mappatura complessa, che ha richiesto anni di lavoro sul campo in contesti ambientali spesso inaccessibili, dove gli scienziati si sono dovuti muovere a piedi tra le paludi con attrezzature pesanti, o utilizzando barche ed elicotteri per raggiungere le stazioni più remote. I risultati mostrano che la capacità naturale delle zone umide di accumulare detriti e sollevarsi non è più sufficiente. Sebbene l'89% delle aree monitorate stia registrando un effettivo aumento dell'altitudine del terreno, solo il 16% riesce a farlo a una velocità tale da compensare la rapidità con cui il mare sta guadagnando spazio. Per tutto il resto del territorio, il destino tracciato è la progressiva trasformazione in specchi d'acqua aperti, con la conseguente perdita di habitat per centinaia di specie di uccelli migratori, pesci e organismi endemici. La geografia della vulnerabilità non è però uniforme e racconta storie diverse a seconda della costa osservata. Il litorale atlantico mostra una resistenza maggiore, con il 75% delle stazioni che non evidenzia minacce immediate di inondazione irreversibile, grazie anche al costante apporto di sedimenti marini trasportati dalle onde oceaniche. Al contrario, la costa del Golfo del Messico versa nelle condizioni più drammatiche. Qui, all'innalzamento globale del mare si sommano gli effetti storici delle attività umane: i canali artificiali hanno alterato la rete idrica naturale riducendo l'apporto di fanghi dai fiumi, mentre decenni di estrazione di petrolio e gas hanno ridotto la pressione nel sottosuolo, provocando un vero e proprio sprofondamento del terreno sovrastante. La perdita di questi ambienti comporta danni economici stimati in migliaia di miliardi di dollari. Le zone umide funzionano come spugne naturali capaci di assorbire l'energia delle grandi mareggiate, riducendo l'impatto distruttivo delle tempeste sulle infrastrutture cittadine e sulle reti di trasporto. La loro scomparsa esporrebbe le città costiere a rischi immediati e molto più alti. Il cuore dello studio introduce tuttavia un elemento che sposta l'attenzione sulla gestione strategica del territorio. Gli scienziati hanno calcolato che il 73% delle zone umide esaminate possiede le caratteristiche morfologiche necessarie per migrare verso monte. Questa ritirata strategica verso l'interno è geograficamente possibile soprattutto nelle ampie pianure del Golfo, mentre risulta più complessa lungo la costa del Pacifico, dove la presenza di colline e scogliere crea barriere naturali invalicabili. La vera sfida si sposta dunque sulla pianificazione urbanistica e sulla conservazione. L'arretramento naturale delle paludi viene infatti interrotto ogni volta che incontra barriere artificiali come strade, case, argini o zone industriali. I dati raccolti offrono ai gestori del territorio una mappa precisa per decidere dove concentrare gli sforzi, suggerendo interventi che vanno dalla rimozione controllata di vecchi argini alla protezione preventiva dei suoli interni, fino all'apporto artificiale di sedimenti per aiutare le paludi a mantenere la quota necessaria a non sprofondare. EFS AMB 03 AGO 2026 

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